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E’ stancante essere stanchi nello sport agonistico? Una spiegazione alla fatica

Sottovalutare la fatica

Lo stato di stanchezza è spesso descritto come un fenomeno, se non addirittura come una malattia sociale, altamente soggettivo. La crisi del Covid 19 e il suo contesto ansiogeno non hanno che peggiorato la situazione. Sia che si tratti di fatica fisica o mentale, fa ormai parte della nostra vita e la altera il più delle volte. Negli ultimi anni sono persino comparse nuove forme di esaurimento fisico, dovute in particolare ala mancanza di sonno all’esposizione prolungata agli schermi e alla mole di lavoro mentale. La fatica non deve essere sottovalutata, soprattutto quando diventa una costante, avendo un impatto sulla salute fisica e psicologica e trasformandosi in una compagna di vita.

Quando si parla di sport agonistico, la fatica è una questione che affascina e sfida i ricercatori, i medici, gli allenatori, i quali cercano di capirne di più per migliorarne le performance degli atleti poiché, per questi ultimi, è davvero faticoso essere stanchi!

Fatica acuta, semplice spossatezza, momentanea e rapidamente reversibile, risultato di sessioni di allenamento necessarie per prestazione o sovrallenamento (noto anche come burn-out ), sia fisico sia psicologico che comporta scarse prestazioni. La fatica dell’atleta è un concetto difficile da spiegare perchè è il risultato di una serie di fattori che lo rendono ancora più complicato.

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Fatica momentanea o duratura?

Se da un lato l’aumento del carico d’allenamento è inevitabile per indurre l’organismo degli atleti ad adattarsi nuovamente e permettere di sfruttare al meglio tutte le loro potenzialità, dall’altro va di pari passo con il grado di fatica.
Quando è momentanea la fatica costituisce una situazione giudicata normale in risposta all’allenamento, allora fa parte del miglioramento fisico, Anche se c’è una linea sottile e il limite sta nel trovare il perfetto equilibrio tra lavoro e recupero senza sfociare nel sovrallenamento.

“La fatica è normale quando si fa sport” (Sébastien Le Garrec)

Non è normale quando un atleta non è più in grado di recuperare. La fatica sentita per uno o due giorni può essere spiegata abbastanza facilmente a seconda dell’intensità delle sessioni di allenamento, ma se dura diverse settimane o persino mesi, con un calo prolungato delle prestazioni, allora urge analizzarla e intervenire. Se coesistono sintomi come disturbi del sonno, perdita di appetito, sbalzi di umore, dolori muscolari e articolari si può pensare che l’atleta sia stanco e determinare di che tipo di fatica si tratta. Un atleta è sempre sul filo del rasoio, quindi bisogna essere vigili per evitare una situazione di sovrallenamento.

Le quattro fasi della fatica

Nonostante la fatica resti un problema complesso e multifattoriale e ancora in gran parte sconosciuto nel mondo dell’agonismo, sono state comunque identificate quattro fasi :

  • fatica acuta ;
  • sovraffaticamento funzionale ;
  • sovraffaticamento non funzionale ;
  • sovrallenamento.

In risposta ad un periodo di intenso carico d’allenamento, l’atleta può avvertire può avvertire una forma di fatica acuta, ma un giorno di riposo è sufficiente per permettergli di riportare le proprie performance al livello di sempre.fatica

La seconda fase della fatica è più intensa, ma rimane positiva per l’atleta. In questo caso, l’equilibrio tra il carico di allenamento e la capacità di recupero dell’atleta è temporaneamente interrotto, per cui il livello di performance si abbassa momentaneamente. Un giorno “off” non è più sufficiente al recupero, ma dopo giorno o, a volte, settimane di recupero può verificarsi il fenomeno di supercompensazione. Questo sovraffaticamento è quindi considerato funzionale, poichè l’atleta è in grado di “riprendersi”. I sintomi dell’affaticamento funzionale sono comuni e spesso oggetto di ricerca per molti allenatori e atleti.

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 Nell’allenamento agonistico, l’alternarsi di fasi di accumulo della fatica e fasi di recupero, è una pratica comune e necessaria. Questa strategia è specialmente usata durante sessioni intense di allenamento con l’auspicio che questo stress porterà il corpo ad adattarsi. Il più delle volte questi cicli si ripetono per circa tre o quattro settimane al ritmo di due o tre settimane di carichi di allenamento seguite da una settimana di riposo relativo. Se questa sequenza garantisce un recupero sufficiente a cui segue un costante miglioramento della prestazione, l’allenamento può ritenersi adatto. Tuttavia, pochissimi studi hanno definito il livello di fatica da non superare in modo da garantire che il fenomeno della supercompensazione sia ottimale. E nel caso in cui l’atleta non rispetti la fase di recupero, il sovraffaticamento prolungato diventa non funzionale. Il sovraccarico non serve più all’atleta poichè non riesce più a fare progressi. In casi ancora più estremi, che generalmente si manifestano quando c’è uno squilibrio tra allenamento e recupero, si nota un calo continuo della performance che investe più settimane e più mesi, caratterizzato da disturbi del sonno, sbalzi di umore e dall’incapacità dell’atleta di ritrovare la sensazione di “freschezza” : è altamente probabile che l’atleta sia entrato in uno stato di sovrallenamento.

“Le pause non adeguatamente rispettate durante l’allenamento possono nuocere alla qualità del recupero” , cit. Guillaume Millet.

Un diagnosi molto difficile

Oltre alle eccessive ore di allenamento, vari fattori possono causare il sovrallenamento, tra cui la scarsa qualità del recupero. Pause insufficienti durante le sessioni di allenamento, un clima conflittuale, un ambiente rumoroso, periodi di riposo altalenanti sono element

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i che rischiano di inficiare la qualità del recupero, nonostante una programmazione adeguata, Inoltre, lo stile di vita dell’atleta ( il sonno, il programma giornaliero, l’alimentazione, il consumo di alcool o tabacco, condizioni materiali di vita, attività diverse dallo sport, doveri e vincoli scolastici o pr

ofessionali, … ) e il suo stato di salute (raffreddori, stati febbrili, malattie gastriche o intestinali , …. ) possono anche influenzare la qualità del recupero.

“Il sonno è uno degli elementi essenziali nella gestione della fatica e deve quindi essere preso in considerazione anche nella ricerca delle cause del sovrallenamento” , testimonia Mathieu Nedelec del INSEP.

“Prima di lanciarsi in una discussione su un possibile sovrallenamento, è importante eliminare tutte le altre cause possibili sul calo delle prestazioni” , precisa Sébastien Le Garrec.

Attenzione al “burn-out”

Poichè l’esaurimento non è sempre e solo fisico, nello sport agonistico la componente psicologica gioca anche un ruolo fondamentale nella capacità di un atleta di impegnarsi nell’allenamento, di esprimere tutto il suo talento nelle gare, di rialzarsi di fronte alle difficoltà e soprattutto ai fallimenti.

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Se esausto emotivamente, l’atleta ha la sensazione, indipendentemente dagli sforzi fatti, sia fisici sia mentali, di non riuscire più a sostenere un allenamento di tipo agonistico. Questo stato è accompagnato da un calo di motivazione, dall’insoddisfazione di praticare lo sport che fino a quel momento lo aveva appassionato e da un calo delle prestazioni, Il burn-out può essere una delle conseguenze del sovrallenamento, della fatica fisica prolungata e dell’incapacità di recuperare il proprio livello di performance che a lungo andare possono portare ad uno stato di saturazione psicologica. Tuttavia può anche verificarsi in assenza di qualsiasi sintomo di sovrallenamento, per noia o mancanza di piacere, a causa della pressione esercitata dallo staff e anche dai genitori. Anche fattori scolastici, professionali, lavorativi, alimentari possono aumentare il rischio così come un impegno eccessivo nell’allenamento.

Riposo e supporto psicologico

Se non è raccomandato cessare completamente gli allenamenti per gestire il sovrallenamento il burn-out, queste condizioni di saturazione fisica e psicologica richiedono comunque riposo e un alleggerimento dei carichi di allenamento per un certo periodo di tempo, così come un supporto psicologico per aiutare l’atleta a ritrovare la fiducia in se stesso, la sensazione di controllo e la motivazione.

“Si considera che il tempo necessario per tornare al proprio livello ottimale equivale al tempo impiegato dall’atleta per migliorarsi in uno stato di sovrallenamento” , sottolinea Nicole Debois. “E’ quindi importante identificare i sintomi del sovrallenamento il prima possibile”.

Lo sforzo, la fatica e a volte la sofferenza sono inevitabili una volta raggiunto un certo livello di allenamento. L’allenatore deve essere attento ai suoi atleti e osservare i segnali che possono indicare uno stato di sovrallenamento o burn-out. Ogni segnale preso separatamente (l’atleta lamenta stanchezza, sembra applicarsi meno, fa fatica) non significa che l’atleta si sia allenato eccessivamente o che sia psicologicamente saturo. Ma quando diversi sintomi si sommano e diventano ricorrenti, ecco che può presentarsi un caso di sovrallenamento o di burn-out.

La fatica fisica prolungata e l’incapacità di ripristinare il proprio livello di performance possono indurre alla saturazione psicologica.

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